Reati online, un mi piace sui social può valere una condanna

Aprile 11, 2022

Bastano alcuni 'mi piace' espressi sui social per integrare il reato di propaganda e istigazione a delinquere. Insieme ad altri elementi di fatto, il like può diventare decisivo per configurare la condotta delittuosa. Così è orientata la Corte di Cassazione

La vicenda

Il ricorrente era stato raggiunto da una misura cautelare nell'ambito di un procedimento penale in cui era accusato di propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale etnica e religiosa. L'uomo interagiva abitualmente, attraverso like e commenti, con una pagina che pubblicava contenuti neonazisti, razzisti e negazionisti dell'olocausto. Il provvedimento cautelare era fondato sul reale e concreto il pericolo di diffusione, tramite piattaforme social (Facebook, VK e altre), dei messaggi caratterizzati da sopraddetti contenuti vietati dalla legge.

Il tribunale aveva ritenuto effettivo il pericolo di diffusione dei messaggi tra un numero indeterminato di persone. In aggiunta si rilevava che alcune piattaforme, come Facebook, si basano su un algoritmo che premia con maggiore diffusione i contenuti che ricevono maggiore gradimento (soprattutto condivisioni e like). La misura cautelare (l'obbligo di presentarsi alla polizia giudiziaria) era giustificata secondo il tribunale anche dal pericolo di recidiva dell'indagato, poiché quest'ultimo continuava a visitare ed interagire con le pagine attenzionate, nonostante fosse venuto a sapere delle perquisizioni ai danni dei loro gestori.

La pronuncia

Contro l'ordinanza del tribunale, l'indagato proponeva ricorso in Cassazione: per la difesa, i "mi piace" rappresentavano soltanto l'espressione di un semplice gradimento non indoneo ad attestare da solo l'appartenenza al gruppo né il fine propagantistico dei messaggi medesimi. Con il secondo motivo, si contestava il pericolo di recidiva, poiché secondo la difesa il tribunale non aveva considerato che l'indagato fosse incensurato e non aveva indicato i dati giustificativi dell'esigenza cautelare, attribuendo alla misura la natura punitiva e non social-preventiva. La Cassazione ha ritenuto i due motivi inammissibili.

"La funzionalità newsfeed ossia il continuo aggiornamento delle notizie e delle attività sviluppate dai contatti di ogni singolo utente è, infatti, condizionata dal maggior numero di interazioni che riceve ogni singolo messaggio. (...). L'algoritmo scelto dal social network per regolare tale sistema assegna, infatti, un valore maggiore ai post che ricevono più commenti o che sono contrassegnati dal mi piace o like", così si legge nella sentenza.

Conclusioni

Difficile credere che un semplice "mi piace" sul post di un amico, che offende e accusa stranieri o migranti, ad esempio, potrebbe essere considerato un messaggio razzista e discriminatorio nei confronti di persone appartenenti alla stessa categoria, che siano o no presenti tra i nostri contatti. Tuttavia, se questo "mi piace" non rappresenta una condotta isolata, ma si inserisce in un quadro di precise 'frequentazioni' fisiche e virtuali, ciò potrebbe essere letto in maniera diversa e portare sia a misure cautelari stringenti che a pronunce di merito di condanna.

Studio legale Lucia, avvocati specializzati in materia civile, commerciale e in diritto amministrativo
info@studiolegalelucia.com
06 69922319 (Roma) - 091 340170 (Palermo)
Largo Chigi n.5, Roma, 00187
Via Marchese di Villabianca n.126, Palermo, 90143
Contatti
Copyright 2007 - 2021 © Studio Legale Lucia
linkedin facebook pinterest youtube rss twitter instagram facebook-blank rss-blank linkedin-blank pinterest youtube twitter instagram